«La cosa più bella del mio lavoro è guardare la gente. Guardo le persone che pedalano, e magari la bicicletta è una Bianchi. Questo mi rende felice. Vedere le persone che pedalano sulle “mie” biciclette». Dire che è il Valentino delle biciclette è banale. Però è così. Fabio Belotti da quarant’anni mette il vestito alle due ruote. Decide i colori, dà la forma al nome, definisce i disegni delle mitiche Bianchi. Belotti è nato sessant’anni fa a Bergamo, in piazzetta Santo Spirito, di fronte al famoso ciclista Pesenti, vincitore del Giro d’Italia. Ma, in realtà, la sua famiglia era legata ai Trapletti, i proprietari della Chiorda prima e della Bianchi poi. E così il destino di Fabio si è agganciato subito a quello delle famose biciclette, fino a diventare lo stilista della Bianchi. Ancora oggi l’esteticca delle invidiate “Specialissima”, “Oltre”, “Infinito” è firmata da lui.

Da dove partiamo, Fabio?
«Da quando ero bambino. Avevo una bicicletta Chiorda su in campagna, a Zandobbio, dove trascorrevo l’estate. Mio padre era originario di lì. Era stato anche sindaco, mi pare fosse stato all’epoca il più giovane sindaco d’Italia. Mi piaceva tanto andare in bici per tutte quelle stradine dove il traffico era minimo, potevamo assaporare la libertà».

E quindi?
«Quando finii la terza media, volevo fare l’artistico, ma erano anni burrascosi e mio padre mi disse di no. Venni mandato ai geometri. A quel punto decisi che dopo la maturità avrei fatto architettura. Soltanto che in quell’estate del 1976, il Trapletti chiese ai miei se potevo andare alla Chiorda a dare una mano. A quel tempo, la Chiorda aveva uno stabilimento a Vigano San Martino con circa duecento dipendenti. Un secondo stabilimento era la Chiorda Sud, a Cisterna di Latina. E poi c’era la fabbrica di telai, la Silm. Mi ricordo che dalla Chiorda uscivano 550 biciclette al giorno».

 

A quel tempo, la Chiorda era famosa.
«Sì. Con Felice Gimondi e la Salvarani aveva vinto Giro e Tour. Era stata fondata credo negli Anni Dieci da un corridore ciclista bergamasco che si chiamava Ettore Noris Chiorda».

E in quell’estate andò a dare una mano?
«Sì, certo. Mi misero a disegnare i progetti “esplosi” delle biciclette. Sono quei disegni tecnici dove si vedono le diverse componenti delle biciclette con misure e caratteristiche… e poi diedi una mano a fare i cataloghi. Entrai e non uscii più. Mi iscrissi ugualmente ad architettura e feci tutti gli esami fino al terzo anno, poi lasciai perdere. Era il tempo degli esami di gruppo, parlavano i “vecchi”, tu andavi e ascoltavi poi ti mettevano il trenta sul libretto. Era avvilente».

Quindi faceva il disegnatore.
«Alla Chiorda ho fatto di tutto. Mi piaceva il mondo della bicicletta. Seguivo gli acquisti, il montaggio, ero anche andato in linea con gli operai per capire come si realizzava il telaio, come si allineavano i tubi, si facevano le saldature, la verniciatura. La bici dopo quell’esperienza mi è entrata fino in fondo al cuore».

Trapletti, oltre alla Chiorda, aveva già la Bianchi.
«Sì, ed era riuscito a rilanciarla alla grande. Nel 1973 fece la squadra di ciclismo ingaggiando Felice Gimondi e Marino Basso, grande sprinter. Gimondi vinse subito il Mondiale in Spagna, poi la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia. Per la Bianchi tornarono gli anni d’oro. A un certo punto, decisero di chiudere la Chiorda e di puntare tutto sulla Bianchi, nel mito di Fausto Coppi. E anch’io passai alla Bianchi».

E ha fatto lo stilista.
«Si può dire così. All’inizio in modo molto timido perché le biciclette erano molto austere, le soluzioni estetiche minime. La Bianchi aveva il suo colore celeste, la scritta fatta in un certo modo… i cambiamenti erano minimi. Le cose sono cambiate negli Anni Ottanta: anche il discorso estetico è diventato importante. Quando poi sono arrivati i telai in alluminio (metà anni Novanta) e in fibra di carbonio (primi anni Duemila) le superfici si sono ampliate (i tubi sono più grossi rispetto ai telai in acciaio) e quindi anche la fantasia ha potuto esprimersi meglio. Fra le biciclette in acciaio che mi diedero più soddisfazioni ci fu la Bianchi Centenario del 1985. Ecco, su quella bicicletta facemmo un lavoro estetico importante, per quanto molto sobrio, tante componenti erano fresate, per esempio il cambio, il deragliatore, il reggisella e riportavano la scritta del centenario. Poi le fresature le abbandonammo perché potevano indebolire le componenti».

Ha sempre lavorato in Bianchi?
«Ho avuto un intervallo di un anno e mezzo. Mi chiamò un industriale svizzero che sull’onda del boom delle mountain bike aveva un progetto molto particolare: voleva giocare sui colori, sull’estetica e sui materiali per fare la Sbike, come la Swatch, ma per le biciclette. E così potei sbizzarrirmi. Ma poi la Bianchi si rifece viva e tornai a casa».

Alla fine degli Anni Ottanta esplose il fenomeno mountain bike.
«Fu un fenomeno incredibile. Ricordo che la Bianchi arrivò a vendere un milione e duecentomila biciclette in un anno. Io diedi il mio contributo, disegnai la mountain bike Ragno, anche il telaio, che era molto particolare. Mi diedi da fare con i colori fluorescenti e poi con quelli opachi. Mi ero ispirato alla Lancia HF dei rally… era rossa, ma il cofano anteriore era nero opaco, per evitare riflessi fastidiosi… pensai che mountain bike e automobili da rally si potessero paragonare… e così usai anche i colori opachi. Un’altra bicicletta che ho progettato in tutte le parti è stata la Perla, un modello da donna “olandese”, con le ruote ventiquattro».

Poi i Trapletti vendettero l’azienda alla Piaggio.
«Sì, e non fu una gestione semplice, con diversi passaggi di amministratori delegati, ognuno convinto di avere in tasca le soluzioni giuste».

Il mondo della bicicletta stava cambiando.
«Eccome. Aveva cominciato a cambiare negli Anni Ottanta con l’arrivo di Shimano e con le mountain bike. I modelli che prima resistevano per cinque o dieci anni, adesso duravano una stagione. Si cominciò a pensare alle collezioni, come nella moda. E se prima i nomi dei modelli li si metteva in piccolo sul telaio, vicino allo sterzo, e i colori erano sempre quelli, adesso si ingrandivano i nomi, i cambiavano i colori, si cominciava a mischiarli… per me, che avevo sempre dentro quell’anima artistica, era davvero un piacere. Anche il logo è cambiato. Prima Bianchi veniva scritto in tondo, poi è passato al corsivo, inclinato».

Sono fioccati i modelli, ciascuno con il suo nome, dalla bici da corsa, alla mountain bike, alla city bike…
«È così. Certi nomi li abbiamo pescati dalla storia, per esempio la Via Nirone o la Freccia Celeste».

È nato il fenomeno dei ciclisti amatori, delle gran fondo.
«Oggi i ciclisti sono ben più esigenti che in passato. Una volta si scriveva: “Manubrio Bianchi di bella fattura”. Oggi faremmo ridere. Oggi devi scrivere i particolari tecnici, misure e materia prima inclusa».

Ma lei come decide il colore e l’estetica di una bicicletta da corsa?
«Prendiamo la Specialissima, l’ultimo modello, il più leggero e performante, con un telaio da 780 grammi, di tecnologia particolare. Ero fissato sul nome: volevo tornare alla mitica bicicletta di Coppi, la “Specialissima” che aveva fatto la storia. E siccome la bicicletta è leggerissima, anche la sua livrea, il disegno, è leggero, la scritta Bianchi quasi senza contorni… aerea».

La Oltre è ben diversa.
«La Oltre è pure una bici di punta, è disegnata con due colori, celeste e nero, con tagli netti, e sotto il tubo obliquo abbiamo messo l’aquila Bianchi. È una bici che dà l’idea di una certa aggressività e innovazione, mentre la Specialissima fa pensare al classico. Esiste sempre una coerenza fra lo “spirito” della bicicletta e la sua forma, il suo design. Negli ultimi anni in questo lavoro mi dà una mano Michele Sana, è il mio prezioso collaboratore».

Mi tolga una curiosità.
«Dica».

Ma da dove viene il classico celeste della Bianchi?
«Fino ai primi anni del Novecento, tutte le biciclette erano nere. Un giorno, Edoardo Bianchi venne chiamato dal re d’Italia, Umberto, per insegnare ai reali ad andare in bicicletta. Anche alla regina Margherita. E sembra che Edoardo Bianchi decise di introdurre il “celeste Bianchi” proprio per ricordare il colore degli occhi della regina…».